Cultura

SILVIA METZELTIN: ALPINISTI E SCIENZE DELLA TERRA

LA MONTAGNA NON SI SALVA CON I PARCHI GIOCHI IN QUOTA

Silvia Metzeltin: “Le mie Alpi Giulie, malinconiche e maestose”

Alessandra Beltrame

Protagonista dell’ultimo Giovedì dell’Alpina, andato in onda lo scorso 29 aprile, in dialogo con Costanza Del Gobbo, Silvia Metzeltin Buscaini, classe 1938, geologa, alpinista, giornalista e scrittrice (suoi fra gli altri “Alpinismo a tempo pieno” e “Geologia per alpinisti”) si trovava in Patagonia prima della pandemia, terra che ha studiato in 30 spedizioni e dove ha ripercorso le tracce del friulano Egidio Feruglio, uno dei primi studiosi delle Ande negli anni Trenta.

Metzeltin ritorna oggi “virtualmente” in Friuli Venezia Giulia, che ha conosciuto e vissuto a lungo anche assieme al compianto Gino Buscaini, che delle Alpi Giulie compilò la celebre Guida ai Monti d’Italia, collana del Club Alpino Italiano e del Touring Club uscita nel 1974.

Che cosa rappresentano per lei le Alpi Giulie?

Sono una patria del sentimento. Nell’arco alpino sono uniche, impressionano per le atmosfere. Un ambiente che non ho più trovato da alcuna altra parte per l’atmosfera particolare dell’alta montagna un po’ malinconica, per il tipo di geologia, per la maestosità severa e raccolta, che ti accoglie. Che poi io le abbia vissute in maniera romantica, leggendo Kugy, non è che un dettaglio. Come per tutte le cose che ci sono care, ne siamo gelosi, abbiamo paura che ce le portino via.

Ora sono diventate Riserva di Biosfera, assieme alle Alpi Giulie slovene.

Non vorrei che diventassero come le Dolomiti Unesco: un marchio da sfruttare. Le montagne si salvano anche senza dichiarazioni e riconoscimenti.

Si progettano strade rotabili al posto dei sentieri, seggiovie dove ora scorrazzano marmotte e stambecchi. Sono notizie di questi giorni.

Se voglio salvare il pianeta, devo prima salvare chi ci abita, farlo vivere bene. Non ha senso agevolare la salita in cima e poi azzerare i servizi in fondovalle. Facciamo restare la gente a vivere in alto mantenendo la scuola, la farmacia, la posta. Se i montanari sono contenti, la montagna tutta ne beneficia. Se si vuole il parco giochi, lo si faccia in valle e si lasci in cima quel po’ di libertà che ci serve per camminare, per respirare. A questo servono i sentieri.

Anche l’alpinismo è diventato bene Unesco. Che cosa significa alpinismo oggi?

L’alpinismo come bene individuale non è definibile e non ha senso catalogarlo Unesco. Quello sociale e collettivo implica di solito altri moventi, anche commerciali e politici, e il timbro Unesco funziona solo da marketing per una attività che rimane comunque importante per la società.

I grandi alpinisti friulani del Dopoguerra, li ha conosciuti tutti: Cassin, Piussi, De Infanti. Come li ricorda?

Non certo tutti. Mi sono sentita spesso in sintonia con quelli di estrazione più semplice ma dal cuore grande. Le loro personalità mi accompagnano nel ricordo, rivivo qualche momento vero condiviso, magari serate in osteria, anche ora pensando alla malinconia delle loro scomparse. Rimangono parte della mia vita di alpinista.

Abbiamo da poco ricordato Ardito Desio, con cui ha collaborato all’Istituto di Geologia di Milano da lui fondato. Lei ha mai pensato al K2?

K2? Pensato, sì. Ma ho declinato l’offerta di partecipare alla spedizione internazionale di Herrligkoffer, quando ho capito che me la pagavano perché servivo per la gara da spettacolo della prima femminile. Con un’altra donna salgo sui monti la mano nella mano, appartengo all’alpinismo di cordata e alla solidarietà femminile. Del resto, quel 1983 è stato l’anno dei 13 morti al K2. Sono nel mio piccolo fiera della coerenza nella mia rinuncia, ma forse è stata anche la mia fortuna. Ho ben partecipato sulle Alpi anche a gare, di scialpinismo e di corsa, ma chiare, non mascherate, e tolto il pettorale sono tornata quella di prima, senza passare accanto a cadaveri di qualcuno. L’alpinismo per me è un’altra cosa.

 

Qui di seguito è possibile rivedere l’incontro con Silvia Metzeltin: